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Counseling

IDENTITA': CIO' CHE CAMBIA E CIO' CHE RESTA DI NOI

L’identità di ognuno, ciò che ci definisce sia ai nostri occhi che a quelli degli altri, non è un modello consolidato, né una versione definitiva di noi stessi.

Monica Fiocco11 giugno 2026 5 min
IDENTITA': CIO' CHE CAMBIA E CIO' CHE RESTA DI NOI

L’identità di ognuno, ciò che ci definisce sia ai nostri occhi che a quelli degli altri, non è un modello consolidato, né una versione definitiva di noi stessi. È piuttosto una trama invisibile che ci accompagna nel corso della vita.Possiamo immaginarla come uno spazio vivo e mutevole, attraversato dal tempo, dalle perdite, dagli incontri, dalle paure, dai desideri e da tutto ciò che è rimasto inascoltato o sospeso.

In alcuni casi l’identità evolve lentamente, quasi impercettibilmente; in altri sembra frantumarsi e ricomporsi in modo radicale. Esistono passaggi esistenziali che trasformano profondamente il modo in cui una persona percepisce sé stessa, il proprio corpo, il proprio valore e il senso della propria presenza nel mondo.

Accade nelle stagioni della “ridefinizione”: l’adolescenza, la giovinezza, ma soprattutto la maturità. Ci si trasforma quando i ruoli consolidati si sbiadiscono, quando i figli crescono, quando il corpo cambia, quando si percepisce con maggiore lucidità il limite del tempo o emerge il bisogno urgente di sentirsi diversi, riconosciuti, desiderati, scelti.

Per alcune persone questi cambiamenti rappresentano un processo di integrazione: il passato continua a esistere dentro la nuova versione di sé.

Per altre, invece, la trasformazione assume il carattere di una rottura, come se la rinascita potesse avvenire soltanto prendendo distanza da ciò che si era stati prima.

È questo che può generare sofferenza in chi diventa testimone silenzioso della discontinuità identitaria dell’altro. Sarà capitato a molti di vedere una persona cambiare al punto da non riconoscerne più il linguaggio emotivo, i valori, le priorità o la qualità della presenza. È un’esperienza che produce smarrimento, perché quel cambiamento incrina anche il campo relazionale costruito nel tempo.

Esiste infatti un Sé relazionale che si costruisce dentro le relazioni.

Noi non siamo soltanto individui isolati: diventiamo noi stessi anche attraverso gli sguardi che ci riconoscono, le memorie condivise, le abitudini affettive, i linguaggi costruiti insieme. Quando una persona ridefinisce profondamente la propria identità, anche chi le è accanto può sentirsi improvvisamente privato di una parte di sé.

Per questo alcuni cambiamenti vengono vissuti come piccoli lutti.Si perde non soltanto l’altro, ma anche quella versione di noi stessi che esisteva dentro quella relazione. Nasce allora quella sottile sensazione di disorientamento che emerge quando la memoria condivisa non trova più un luogo reciproco in cui abitare.

La continuità affettiva è uno dei pilastri dell’identità umana. Sappiamo chi siamo anche attraverso chi custodisce le nostre versioni precedenti senza escluderle, attraverso chi ricorda chi eravamo nei momenti di fragilità, di crescita, di speranza o di fallimento.

Quando qualcuno cambia cancellando simbolicamente il “prima”, chi resta può sentirsi escluso dalla narrazione comune. Ed è allora che emerge una domanda profonda e universale: se l’altro può diventare così diverso, che cosa tiene davvero unite le relazioni nel tempo?

Esistono trasformazioni che ampliano la persona e trasformazioni che sembrano sostituirla. Le prime includono le radici pur evolvendo; le seconde, talvolta, sembrano negarle.

Forse perché alcune persone sentono che per rinascere devono dissociarsi da parti della propria storia considerate troppo dolorose, limitanti o incompatibili con la nuova immagine di sé.

Accettare questo è una delle esperienze più difficili della maturità emotiva. Comprendere che non sempre possiamo accompagnare chi cambia nello stesso modo in cui lo avevamo conosciuto.

Forse crescere significa anche questo: comprendere che amare qualcuno implica talvolta assistere alle sue trasformazioni senza poter più abitare la stessa vicinanza di un tempo, lo stesso luogo relazionale costruito insieme e capace di nutrire radici comuni.

Questi passaggi appartengono profondamente all’esperienza umana. Portano con sé sofferenza, lutto e spaesamento, ma anche la possibilità di ridefinirsi e di riappropriarsi della libertà di esistere.

Perché l’identità umana non coincide semplicemente con un nome, un carattere o una biografia. È l’insieme dinamico e in continua evoluzione di ciò che una persona sente di essere, riconosce come proprio e manifesta nel mondo attraverso pensieri, emozioni, corpo, memoria, relazioni, valori ed esperienze.

Eppure, chi ha amato profondamente continua spesso a percepire l’essenza originaria dell’altro anche sotto le metamorfosi più drastiche. A volte quell’essenza è nascosta, difesa, confusa; altre volte sembra essersi realmente allontanata da sé stessa.

Abbiamo bisogno di essere visti, nominati, accolti e rispecchiati per poter esistere pienamente come soggetti.

Forse l’identità non è ciò che resta immutabile. Respira invece in quello spazio fragile e vitale che nasce dal dialogo continuo tra ciò che ereditiamo, ciò che attraversiamo e ciò che scegliamo di diventare.

Forse l’identità è quella parte di noi che si salva, e talvolta ci salva, continuando a cercare un senso tra le ferite, i legami e le trasformazioni della vita.

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