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ARTICOLI

Con la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (CDI) e della Convenzione sui diritti delle persone con disabilità (CDPD), i governi di tutto il mondo si sono assunti la responsabilità di garantire che tutti i bambini, indipendentemente dal loro grado di abilità o disabilità, godano degli stessi diritti, senza discriminazioni di alcun genere. Fino al mese di febbraio del 2013, 193 paesi avevano ratificato la CDI, mentre 127 paesi dell’Unione Europea avevano ratificato la CDPD.

Queste due Convenzioni testimoniano un crescente movimento globale dedicato all’inclusione dei bambini con disabilità nella vita comunitaria.”


Il concetto di “inclusione”, prevede un vero cambio di paradigma rispetto al più obsoleto di “integrazione” delle diverse abilità, infatti prevede innanzitutto una società, che abbia fatto i conti con il diritto all’accessibilità delle strutture ed infrastrutture, non solo fisiche ed architettoniche, ma anche,

quelle che, ogni individuo si porta dentro, come risultante della propria educazione sociale e civile.

Includere” significa costruire una scuola, con una “visione chiara”, di quelli che possono essere i bisogni di discenti diversamente abili.

“Integrazione” ha significato fino ad oggi, realizzare adattamenti alle strutture esistenti, peraltro già carenti ,che si prefigurano solo come tentativi maldestri e non riusciti, e, a mio parere puramente formali, di offrire un educazione dedicata.

Educare all’inclusione significa fondare una scuola sullo sviluppo dei potenziali insiti in ciascuno, con un percorso centrato sul discente, e sul suo “empowerment”, una scuola dunque che fornisca protezione, sostegno e servizi e che consentano ai bambini di godere dei propri diritti all’istruzione.

Del processo di inclusione beneficerebbero tutti, inclusi gli insegnanti e gli altri discenti, i genitori, il clima di apprendimento sarebbe più sereno, e tutti sentirebbero rispettati propri diritti di crescita.

Inoltre si offrirebbe al bambino “normalmente abile” di comprendere come il valore del potenziale umano, è una storia a se, per ogni essere umano, e che, se rispettato e lasciato sbocciare, può dare risultati sorprendenti e soprattutto inaspettati.

Una politica di inclusione, prevede che, se viene lasciata ad ogni bambino l’opportunità di crescere secondo il proprio talento naturale, alla fine si produrrà il risultato di vivere una vita appagante, contribuendo così alla vita sociale culturale ed economica della comunità

Un educazione di “inclusione” significa far uscire dall’invisibilità sociale, storie di abbandoni, abusi e maltrattamenti che sono all’ordine del giorno, nel nostro Paese, e che si “illuminano” sui media solo per richiamare con qualche titolo raccapricciante la curiosità ed il disgusto dei cittadini, lasciando il lettore nel suo intimo con un senso di impotenza , che finisce poi con il tempo per diventare indifferenza , infatti la barbarie di taluni fatti di cronaca, non è supportata dalla chiarificazione di taluni presupposti importanti, come il non funzionamento di una rete di protezione sociale e civile per situazioni difficili, che nella sua assenza, porta a sperimentare un senso di non appartenenza, di vuoto istituzionale e di solitudine sociale che è il preludio per tragedie annunciate, che potrebbero essere evitate se supportate da una trama di sostegni e di aiuti per le famiglie e per i soggetti con difficoltà.

Cambiare paradigma educativo e sociale si può, in tanti Paesi del mondo si sta tentando una lento cambiamento, e se il diritto legislativo prevede supporti e aiuti, significa che il passo più difficile,eppure più importante per il raggiungimento dei fini di queste leggi, è quello di cambiare il diritto del cuore di ogni essere umano, per il quale il primo articolo credo debba recitare cosi’:

Ogni minore qualunque sia il suo grado di abilità specifiche, fisiche, intellettuali, emotive ha il diritto di vivere una vita sana, felice, integrata, degna di un paese civile.



Dr. Monica Fiocco

 
 
 
  • monica.fiocco
  • 26 feb 2021
  • Tempo di lettura: 4 min

Il contrario del narcisismo è l’intersoggettività


In ogni genuina ed autentica relazione umana (filiale, familiare d’amore di amicizia di affetto, di stima, lavorativa) è necessaria una conditio sine qua non, un fondamento, senza il quale non potrà mai vedere la luce una vera relazione.


La relazione umana originaria è composta da una diade, ovvero da una coppia di entità diverse tra cui si muove una intersoggettività, uno scambio.

Nelle basi di una relazione sana due persone, (che possono diventare anche un insieme di persone composte da più soggettività), gettano ponti reciproci di scambio.


La relazione sana non è una relazione in cui non esistono diversità di idee, emozioni, pensieri e agiti, per relazione sana si intende uno spazio di condivisione in cui il presupposto è che l’altro da noi venga percepito come soggetto.


Diversamente, nella visione narcisistica la relazione ha come presupposto il rapporto tra un soggetto ed un oggetto, (ovvero l’altro è considerato alla stregua di un oggetto). Ecco perché necessita di controllo, di manipolazione, di essere tenuto costantemente nella vicinanza fisica e mentale, poiché l’esperienza esistenziale narcisista è determinata dalla gratificazione, dal beneficio, dal vantaggio che l’oggetto/persona deve fornire, e senza questo vantaggio non ha motivo di sussistere la relazione.


Inconsapevolmente questo presupposto contribuisce ad alimentare il sentimento di essere al “centro del mondo” del soggetto rispetto all’oggetto/persona.

La definizione per questa posizione esistenziale è definita di narcismo, sia che la consideriamo come tratto prevalente di una personalità, sia che si tratti della caratteristica peculiare di determinati rapporti umani.

In che direzione porta la società post moderna in cui viviamo con l’uso smodato degli strumenti tecnologici, che hanno visto il loro enorme successo e diffusione proprio perchè rispondenti sic simpliciter al soddisfacimento immediato e veloce dello stato di bisogno?


Riusciamo ancora ricordare i luoghi in cui ci si trovava per socializzare della nostra adolescenza, riusciamo a ricordare i momenti trascorsi in autobus e in metropolitana che erano anche quelli della possibile interazione?

Oggi assistiamo all’uso sempre più massiccio di strumenti che accorciano le distanze esteriori, ma che le amplificano interiormente, credo che in nessuna altra epoca storica abbiamo assistito a tanta solitudine nella moltitudine, ressa frenetica di imput, stimoli, connessioni, veloci e istantanee, voraci, eppure così frammentate tanto da produrre vuoti emotivi e di senso che prefigurano una società depressa e demotivata


Perfino in trattoria, tra amici di lunga data, si assiste ad un certo punto ad un isolamento, in cui ognuno è preso dall’apparente esigenza di intessere azioni, tanto urgenti da impedire il dialogo e la presenza con gli altri. Ognuno è talmente impegnato con il proprio cellulare, da dare l’impressione che il vero rapporto sia con lo strumento piuttosto che con le persone.


Il legame paradossale che molti instaurano con l’oggetto/cellulare, è la riprova che dipendiamo da tutto ciò che in modo irreale ci riporta ad una condizione cara all’infanzia, quella in cui non siamo debitori di attenzioni e di risposte verso alcuno, in cui riuscire ad ottenere soddisfazione senza sforzo e senza coinvolgimento.


Restiamo ben oltre il tempo dell’infanzia, ancorati ad una visione tirannica ed egocentrica di un mondo/oggetto in cui tutti i nostri desideri vengano soddisfatti,

in cui il bisogno trovi risposta immediata e confortante.

E improvvisamente ci rendiamo conto che il dixit del “tutto e subito” senza sforzo, della richiesta a senso unico senza la necessità di offrire risposta, è metafora di ciò che normalmente realizziamo nelle relazioni umane.

Nello squilibrio delle relazioni d’amore moderne, più che negli altri casi, si avverte maggiormente questa peculiarità, che non ha nulla di adulto, che pretende il possesso assoluto dell’altro fino, a volte, a ricorrere alla violenza: “O mi ami o non mi ami”, “o sei mia/o o non sei mia/o”.

Immersi nel desiderio dell’altro come oggetto viviamo calati nel suo possesso come spinti da qualcosa di più forte di noi, forse riconducibile a quella condizione primaria nella quale tutti gli oggetti, in quanto tali, ci hanno fatto sentire al centro dell’universo.

È una illusione dalla quale è difficile staccarsi, liberarci dall’idea, e dall’abitudine, di possedere le cose che ci circondano, e ci convinciamo di poter possedere anche le persone…non ci accorgiamo che è proprio questo il modo per ridurre le persone alla funzione di oggetto quando, sostituiamo la relazione me/te, a quella me/oggetto


L’atteggiamento cosificante ci è piuttosto comune; ed è retaggio dell’infanzia, un interiorità bambina che non è riuscita ad approdare ad una visione affettiva ed emotiva matura e consapevole.


Quella di vivere in un mondo di oggetti è l’illusione dalla quale siamo nati quando, nelle nostre relazioni primarie, abbiamo imparato che una coperta ci consola dall’assenza dell’adulto, che una bambola o un pupazzo possono farci compagnia, ma questi oggetti saranno sempre e solo la manifestazione della mancanza di un corpo vero e, in quanto surrogati, avranno sempre e solo un’unica forma, non si adatteranno ai nostri bisogni e soprattutto non potranno mai sostituirlo.


Il grande danno, ma anche l’intento del narcisismo è indurre l’altro nella relazione a piegarsi alle proprie necessità fino a diventare un oggetto, affinchè “l’oggetto” non abbia più intenzioni né volontà, in un delirio di controllo unilaterale della relazione che ricorda quelle fasi dell’infanzia emotiva in cui il mondo era proiezione di fantasie.


La relazione sana per sua natura è costituita da una regolazione reciproca, da un processo costante e continuo di negoziazione, fatto spesso anche di conflittualità, di alti e bassi, di comprensioni e di incomprensioni, di scambio emotivo condiviso, e nasce e prospera portando i suoi benefici di evoluzione e trasformazione positiva quando abbandoniamo per sempre lo stato di fantasia simbiotica, e viviamo dentro quel processo dinamico che chiamiamo vita.


Monica fiocco

 
 
 
  • Immagine del redattore: Monica Fiocco
    Monica Fiocco
  • 30 dic 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

La dipendenza affettiva appartiene ad una tipologia di dipendenze umane dalle sfaccettature complesse e intricate, parlarne è quanto mai attuale, considerato che gli esseri umani moderni presentano sempre maggiori tratti di servitù verso elementi esterni, talvolta davvero pericolosi.

I legami collusivi che sono alla base delle dipendenze affettive sono figlie di un “patto scellerato efraudolento tra le parti in gioco”, Murray Bowen psichiatra e fondatore della terapia familiare e sistemica (1979) lo scrive in un suo trattato indicando nel termine “contratto fraudolento”, tutta la complessità dell’accordo inconscio nel quale ognuno dei partner, coglie l’immagine dei bisogni profondi dell’altro e agisce come se proprio lui stesso dovesse essere la persona che potrà soddisfarli, pur essendo realisticamente impossibile tener fede a questo patto.

Quale fase più delicata della storia di ogni essere umano poteva essere il luogo di questa illusione se non la fase dell’innamoramento?

Ed è proprio nell’innamoramento che questo particolare tipo di legame colluso e dipendente prende forma, trasferendo impropriamente su se stesso le caratteristiche di una relazione d’amore autentica.

Per fortuna non tutti gli innamoramenti hanno queste caratteristiche, esistono relazioni sane in cui l’amore e la reciprocità prevalgono, ma ritengo sia giusto sia per le nuove generazioni, che per quelle più vecchie conoscere gli indicatori delle relazioni invischiate, provando così ad incoraggiare una educazione ai sentimenti e agli affetti, che sia un percorso personale di crescita emotiva e affettiva, e che il successo della propria vita relazionale non resti solo dote della buona sorte familiare, , poiché non tutti hanno la fortuna di avere esempi familiari coerenti e soddisfacenti affettivamente, che possano servire da guida nel proprio percorso d’amore. . .

Tornando alla fase dell’innamoramento è facile immaginare che i partner coinvolti nella relazione nascente tendano a proporre all’altro e a se stesso un’immagine ideale di sé.

Nel caso in cui l’immagine proposta corrisponda alla soluzione di bisogni antichi del partner, questi ne verrà sicuramente attratto.

Dunque, l’illusione è l’elemento sul quale si basa questa parte sommersa del contratto, attraverso la forte idealizzazione di sè stessi, dell’altro e della relazione.

Scabini e Cigoli (2000) rimandano per identificare le fasi della relazione amorosa a due immagini, un patto dichiarato, ed un patto segreto, laddove con il primo si intende l’impegno reciproco che è sorretto dal secondo, che ha a che fare con l’intreccio inconsapevole, su base affettiva, della scelta reciproca.

Questa inconsapevolezza personale è piena di inganni, miraggi ed illusioni ed è proprio su questa base incerta che trova terreno fertile le love addiction, esordio non di una vera storia d’amore, ma terreno malfermo in cui talune relazioni si impantanano procurando sofferenza, quando non diventano humus per malesseri profondi.


Con il concetto di collusione intendo indicare gli aspetti “negativi” che, in misura variabile, qualificano la proposta inconscia di relazione, che i due partner si scambiano.

Una certa porzione di aspetti negativi, in ogni relazione affettiva è sempre presente ,infatti ognuno riporta nel rapporto le esperienze di relazioni passate, includendo anche ciò che non ha funzionato o che ha funzionato in modo distorto, finendo per trasportare nel presente aspetti irrisolti che possono muoversi lungo un versante più o meno patologico, ma in uno scambio di reciproco di affetto ed interesse, le trappole possono essere evitate, in forza della costruzione di un legame sincero, autentico ed evolutivo per entrambi i partner, che hanno la possibilità di fare esperienza di Sé, attraverso l’altro, attraverso valori costruttivi come la lealtà, il coraggio, la stima di se stessi.

La coppia si trova, allora a poter scegliere tra due strade possibili: la prima, che indicheremo come la via del dolore, è la strada che viene percorsa almeno una volta nella vita da ogni essere umano, è la strada in cui ogni scambio, ogni energia, ogni comunicazione, vengono impiegati al fine di mantenere la falsa identità di ognuno, collegata soprattutto ai pregiudizi, e alle credenze su sè stessi, sull’altro, e sulla relazione e soprattutto, al mantenimento degli equilibri.

La seconda via, più ardua, ma l’unica possibile se si intende la coppia come strumento di crescita e di evoluzione, è connessa alla possibilità di incontrare quegli aspetti impietriti di sé nella relazione con l’altro e, attraverso quest’ultima, prenderne progressivamente consapevolezza e, coraggiosamente, scegliere di avviare un lento processo di trasformazione.

Esiste sempre una scelta, ed io credo che avendo gli strumenti giusti, in quel mix tra conoscenza ed esperienza che contraddistingue la nostra storia personale, sia una bella sfida da accettare da soli, o insieme al proprio partner, per godere di una relazione ricca e coinvolgente, in cui esprimere emotivamente se stessi senza per questo modificare amore, rispetto e cura nella reciprocità del proprio e altrui amore.

Dr. Monica Fiocco


 
 
 
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