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Il contrario del narcisismo è l’intersoggettività

  • monica.fiocco
  • 26 feb 2021
  • Tempo di lettura: 4 min

Il contrario del narcisismo è l’intersoggettività


In ogni genuina ed autentica relazione umana (filiale, familiare d’amore di amicizia di affetto, di stima, lavorativa) è necessaria una conditio sine qua non, un fondamento, senza il quale non potrà mai vedere la luce una vera relazione.


La relazione umana originaria è composta da una diade, ovvero da una coppia di entità diverse tra cui si muove una intersoggettività, uno scambio.

Nelle basi di una relazione sana due persone, (che possono diventare anche un insieme di persone composte da più soggettività), gettano ponti reciproci di scambio.


La relazione sana non è una relazione in cui non esistono diversità di idee, emozioni, pensieri e agiti, per relazione sana si intende uno spazio di condivisione in cui il presupposto è che l’altro da noi venga percepito come soggetto.


Diversamente, nella visione narcisistica la relazione ha come presupposto il rapporto tra un soggetto ed un oggetto, (ovvero l’altro è considerato alla stregua di un oggetto). Ecco perché necessita di controllo, di manipolazione, di essere tenuto costantemente nella vicinanza fisica e mentale, poiché l’esperienza esistenziale narcisista è determinata dalla gratificazione, dal beneficio, dal vantaggio che l’oggetto/persona deve fornire, e senza questo vantaggio non ha motivo di sussistere la relazione.


Inconsapevolmente questo presupposto contribuisce ad alimentare il sentimento di essere al “centro del mondo” del soggetto rispetto all’oggetto/persona.

La definizione per questa posizione esistenziale è definita di narcismo, sia che la consideriamo come tratto prevalente di una personalità, sia che si tratti della caratteristica peculiare di determinati rapporti umani.

In che direzione porta la società post moderna in cui viviamo con l’uso smodato degli strumenti tecnologici, che hanno visto il loro enorme successo e diffusione proprio perchè rispondenti sic simpliciter al soddisfacimento immediato e veloce dello stato di bisogno?


Riusciamo ancora ricordare i luoghi in cui ci si trovava per socializzare della nostra adolescenza, riusciamo a ricordare i momenti trascorsi in autobus e in metropolitana che erano anche quelli della possibile interazione?

Oggi assistiamo all’uso sempre più massiccio di strumenti che accorciano le distanze esteriori, ma che le amplificano interiormente, credo che in nessuna altra epoca storica abbiamo assistito a tanta solitudine nella moltitudine, ressa frenetica di imput, stimoli, connessioni, veloci e istantanee, voraci, eppure così frammentate tanto da produrre vuoti emotivi e di senso che prefigurano una società depressa e demotivata


Perfino in trattoria, tra amici di lunga data, si assiste ad un certo punto ad un isolamento, in cui ognuno è preso dall’apparente esigenza di intessere azioni, tanto urgenti da impedire il dialogo e la presenza con gli altri. Ognuno è talmente impegnato con il proprio cellulare, da dare l’impressione che il vero rapporto sia con lo strumento piuttosto che con le persone.


Il legame paradossale che molti instaurano con l’oggetto/cellulare, è la riprova che dipendiamo da tutto ciò che in modo irreale ci riporta ad una condizione cara all’infanzia, quella in cui non siamo debitori di attenzioni e di risposte verso alcuno, in cui riuscire ad ottenere soddisfazione senza sforzo e senza coinvolgimento.


Restiamo ben oltre il tempo dell’infanzia, ancorati ad una visione tirannica ed egocentrica di un mondo/oggetto in cui tutti i nostri desideri vengano soddisfatti,

in cui il bisogno trovi risposta immediata e confortante.

E improvvisamente ci rendiamo conto che il dixit del “tutto e subito” senza sforzo, della richiesta a senso unico senza la necessità di offrire risposta, è metafora di ciò che normalmente realizziamo nelle relazioni umane.

Nello squilibrio delle relazioni d’amore moderne, più che negli altri casi, si avverte maggiormente questa peculiarità, che non ha nulla di adulto, che pretende il possesso assoluto dell’altro fino, a volte, a ricorrere alla violenza: “O mi ami o non mi ami”, “o sei mia/o o non sei mia/o”.

Immersi nel desiderio dell’altro come oggetto viviamo calati nel suo possesso come spinti da qualcosa di più forte di noi, forse riconducibile a quella condizione primaria nella quale tutti gli oggetti, in quanto tali, ci hanno fatto sentire al centro dell’universo.

È una illusione dalla quale è difficile staccarsi, liberarci dall’idea, e dall’abitudine, di possedere le cose che ci circondano, e ci convinciamo di poter possedere anche le persone…non ci accorgiamo che è proprio questo il modo per ridurre le persone alla funzione di oggetto quando, sostituiamo la relazione me/te, a quella me/oggetto


L’atteggiamento cosificante ci è piuttosto comune; ed è retaggio dell’infanzia, un interiorità bambina che non è riuscita ad approdare ad una visione affettiva ed emotiva matura e consapevole.


Quella di vivere in un mondo di oggetti è l’illusione dalla quale siamo nati quando, nelle nostre relazioni primarie, abbiamo imparato che una coperta ci consola dall’assenza dell’adulto, che una bambola o un pupazzo possono farci compagnia, ma questi oggetti saranno sempre e solo la manifestazione della mancanza di un corpo vero e, in quanto surrogati, avranno sempre e solo un’unica forma, non si adatteranno ai nostri bisogni e soprattutto non potranno mai sostituirlo.


Il grande danno, ma anche l’intento del narcisismo è indurre l’altro nella relazione a piegarsi alle proprie necessità fino a diventare un oggetto, affinchè “l’oggetto” non abbia più intenzioni né volontà, in un delirio di controllo unilaterale della relazione che ricorda quelle fasi dell’infanzia emotiva in cui il mondo era proiezione di fantasie.


La relazione sana per sua natura è costituita da una regolazione reciproca, da un processo costante e continuo di negoziazione, fatto spesso anche di conflittualità, di alti e bassi, di comprensioni e di incomprensioni, di scambio emotivo condiviso, e nasce e prospera portando i suoi benefici di evoluzione e trasformazione positiva quando abbandoniamo per sempre lo stato di fantasia simbiotica, e viviamo dentro quel processo dinamico che chiamiamo vita.


Monica fiocco

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