In un epoca di grandi cambiamenti e di continue trasformazioni, accade sempre più soventemente che le persone (etimologicamente il termine “persona” deriva dal latino per sonare, ovvero maschera, usata nel teatro antico, per amplificare la voce) confondano la propria “maschera”, con l’identità autentica, della loro essenza.
L'identità autentica, ha a che fare con qualcosa di profondo, intensamente radicato insito in (quasi) tutti gli esseri umani.
Più spesso accade che alcune maschere, indossate per compromesso esistenziale, crollino, e a loro posto vengano fuori identità confuse.
Coloro che si trovano senza un "identità autentica" sperimentano il sentimento dell’ambivalenza, e sentono di avere due anime.
Una di queste diviene la dimora dei contenuti rimossi, di ciò che è oscuro e sconvolgente, e non accessibile alla coscienza, è lo spazio della psiche che Jung chiama: Ombra.
Spazio della psiche che per il suo carattere “ambiguo” non è mai davvero conoscibile.
L’Ombra provoca la coscienza, e la confonde.
Ricordiamo che la coscienza ha bisogno di stimoli chiari nel loro significato, e , l’insensatezza, la scompiglia , e la indebolisce del suo equilibrio.
Eppure non è l’Ombra che deve presentarsi con un suo senso, bensì è la coscienza che deve dare un senso agli impulsi oscuri, ed è per questa difficile operazione.
Coloro che non risolvono questo dilemma di fondo, sono condannati a restare in bilico, sospesi in una terra di nessuno, oscillanti tra gli eventi della vita, come una bandiera senza asta.
L’ accesso alla consapevolezza diviene l'unico elemento di risposta, dell'angoscia percepita, poiché, come asserisce Nietzsche: “solo l’errore può essere interpretato”, e l’ambivalenza è una sorta di errore, un equivoco, poiché è l’autentica espressione di una spettacolare e paradossale contraddizione interiore.
“Ma un una sola consapevolezza non rischiara il cielo di un'esistenza.
La comprensione di se è un lungo processo, una notte boreale che non diventa mai giorno, dove l’attimo è l’eternità e il bagliore è un'illusione. Seguendo questo percorso, da un’oscurità si passa ad un'altra oscurità.
La più banale emozione attiva un'agitazione insospettabile, come l’ombra di un nano che al tramonto diventa un gigante.
Tale stato di ansietà acutizza l’impotenza, e la persona che la vive avverte nel suo intimo che molto presto l'indebolimento delle forze lo porterà al dubbio, che equivale all'inizio del riconoscimento del proprio "lato oscuro.”
Incatenati e impressionati dal capolino costante dell’ombra, nello spazio della coscienza, queste identità perdute sono in fuga perenne , in un atteggiamento difensivo costante, da tutto e tutti.
Le difese archetipiche messe in atto per ridurre i turbamenti dell’angoscia, nel tentativo di rimuovere l’ombra possono produrre squilibrio mentale.
Nei casi più gravi si attiva la produzione di meccanismi di scissione, che spaccano la dinamicità e l’elasticità dell’io , un antidoto, che frantuma la psiche, lasciando parti autonome gestite solo dall'inconscio, e libere di agire senza alcuna relazione con la coscienza.
Le difese operano senza limiti, inconsapevolmente, annientando l'integrazione della psiche.
Più comunemente: l'uomo che non si assume l’impegno del riconoscimento del “problema” che è annidato in lui, mette a dura prova l’intera personalità, attiva meccanismi di difesa, quali il diniego, la rimozione, la proiezione, ecc., atteggiamenti che adotta al fine di tenere distante l'esperienza del dolore.
Succede allora che nella lotta fra l’uomo ed il dolore, s'interponga la sfida, la rabbia, l'intolleranza, laddove il dolore non vuole essere ascoltato, e l'uomo lo combatte, nasce una collera che cieca e inarrestabile, che può sfociare anche nella violenza più bieca, nella sopraffazione più dolorosa e inumana.
La lotta con l’altro è il grande equivoco, poiché l’uomo vince perdendosi, combattendo contro un avversario che è solo se stesso.
La nostra psiche, diviene un campo di battaglia, ove cresce e si fortifica la potenza distruttiva del conflitto.
Come se attraverso il “conflitto” si riuscisse a sedare l’ansia ed il dolore per la perdita della propria integrità.
Questo tentativo di difendersi da essa, toglie alla sofferenza il suo potere catartico, divenendo forza statica, e si instaura una lacerante condizione di alienazione, un peso che graverà al punto da immobilizzare ogni desiderio.
Uno stato senza senso, sterile, che non produce alcuna trasformazione, e rimanervi a lungo può diventare estremamente pericoloso, perché è uno stato dell’essere devastante.
E’ questo il luogo della psiche dove si forma l’ambivalenza: ovvero l’uccisione dell’”altro” che nel nostro intimo si è insediato malgrado noi, con il conseguente rimorso per aver tradito ciò che ci assicurava un apparente senso di tranquillità.
L’uccisione dell’”altro” è vissuto come l’estremo gesto d’amore per se stessi, che libera la soggettività, vissuta come condizione necessaria, affinché si possa aprire una dialettica fra le polarità opposte della psiche.
Di fatto, l’uccisione dell’”altro” annuncia solo che, la visione del lato più oscuro del sentimento umano, resti inaccessibile alla coscienza, così la propria “ombra”, perde la possibilità di essere integrata nella coscienza individuale.
La realizzazione della propria individualità, coincide con l’accettazione della propria unicità.
Nella visione distorta dell’ambiguo, l’affermazione di se stesso passa attraverso il tradimento, tradire le aspettative dell’altro, tradire la parola data, tradimento dunque come unica affermazione di individualità.
Nel tradimento l’ambiguo intende risolvere con ferocia legami che egli stesso ha creato e perpetrato. E' il caso dei legami fusionali, che ripropongono la stessa dinamica che si era vissuta nella famiglia di origine.
In quanto il legame di origine è l’unico modello di relazione conosciuto, e che ha contribuito a formare la personalità, è facile riproporlo in un rapporto di coppia, o altra relazione affettiva, lo riproponiamo e lo ricerchiamo proprio per poter trasformare le relazioni involutive in relazioni evolutive, ed il fallimento, porta l’ambiguo a capovolgere la situazione in modo drammatico.
Il bisogno inquieto di scappare da condizioni, create ma allo stesso tempo temute , può portare a risoluzioni eccessive, drammatiche, e non è insolito ascoltare storie di omicidio dei propri familiari o del proprio partner, persino dei propri figli. Ma questi sono gli esempi limite di quanto la natura umana, quando è scissa (malata) o “semplicemente” disturbata, riesce a mettere in atto per nascondere la pantomima del proprio fallimento personale di integrazione cosciente.
In “Lo strano caso del dottor Jekyll e di mister Hyide” di Robert Louis Stevenson, è evidenziata con estrema drammaticità, l’impossibilità per la doppiezza a vivere una autentica storia d’amore. Una natura depressiva e una maniacale, una personalità mite e riflessiva, l’altra violenta e onnipotente, e alla fine sarà la morte a ricongiungerle.
Jung pensava che il conflitto è la condizione per progredire nella conoscenza e nella libertà. Egli intravede tuttavia la possibilità di uno stato “libero da opposizioni”, in cui il rapporto tra coscienza e ombra si articolerebbe in una sorta di adeguazione flessibile.
La risoluzione della conflittualità non è certo nell’allontanamento dei conflitti, La grande difficoltà risiede invece nell’essere capaci di vivere il conflitto, superabile solo quando si sarà trovato
“il personale e autentico modo di esperirlo”, e dunque, il più ‘conveniente’ per la propria qualità umana. Conveniente è ciò che stimola il processo creativo della psiche.
La tragedia dell’anima è, un fatto che non si può negare, e se rimosso torna allo stesso modo di un boomerang.
Quando si è compreso l’elemento iniziatico alla vita, cioè l’impossibilità a prescindere dalla nostra Ombra, poiché, come disse più volte Jung nella sua appassionante opera: “quello che non si vuole sapere di se stessi finisce per arrivare dall’esterno come un destino”, si è disposti a tutto pur di vedere cio’ che si è, e solo allora sarà vero, che il destino lo avremo fatto noi, e saremo nati “autentici” dalle profondità di noi stessi.
Monica Fiocco