top of page
  • Black Facebook Icon
  • Black Instagram Icon

corpo, mente e coscienza

  • monica.fiocco
  • 30 set 2019
  • Tempo di lettura: 4 min

La storia del mondo si è sempre prefigurata come  lo  “scontro  tra vecchio sistema e nuovo sistema”, in ogni ambito dello sciibile umano, si è visto, quanto faticoso  fosse il cambio di “paradigma”, il mutamento del  sistema  di pensiero, e culturale,  che avevano  retto fino a quel momento la conoscenza umana. In questi ultimi anni la scienza, con i suoi passi in avanti, (in verità troppo veloci rispetto alla capacità di assimilazione dell’uomo), ha assodato che la realtà non è  un dato naturale  fisso e immutabile, ma dipendente, dagli strumenti di conoscenza che, di volta in volta, l’uomo ha a disposizione per spiegarla.

Con i nuovi  strumenti conoscitivi di cui si dispone oggi, la realtà,  per noi così scontata, è stata rimessa in discussione,  basta aprire un qualsiasi testo divulgativo di fisica contemporanea e si scopre che, già solo per la fisica delle particelle e la teoria dei quanti, ciò che chiamiamo “realtà”, costituita da dati che ritenevamo certi, fissi, rigidi, immutabili, non è più tale.  Non esiste alcuna realtà definibile se non nell’interazione tra noi e ciò che è fuori di noi, la quale  è, e resta, almeno per ora, inconoscibile. Viene meno la classica dualità che aveva strutturato fino ad oggi sia il sapere che la visione dell’uomo e del mondo.  Brutto e bello, vero e falso, vita e morte, ordine e disordine, in poche parole tutte le antitesi su cui si sono costruiti il pensiero e la scienza classica sono crollate in quanto contrapposizioni, per andare a configurarsi come elementi in relazione tra di loro,  organizzati insieme nel sistema complesso del “essere vivente”. Se da un lato questo è vero per la fisica, restano  molte  perplessità nelle cosiddette scienze umane: la medicina, la psicologia, si ostinano infatti a restare vincolate a un modello fisso. Prendiamo il concetto di malattia, visto dal punto di vista della medicina tradizionale, il medico allopatico cura il sintomo, i suoi sforzi sono tesi a farlo sparire, ove possibile, senza chiedere al paziente, e neppure a se stesso, cosa significhi  quel sintomo, all’interno di una struttura così complessa come il nostro corpo. La nostra esperienza ci insegna che  sparito il sintomo, il corpo ne troverà uno nuovo  per esprimere  la propria disarmonia… Dovremmo approdare ad un concetto più ampio di guarigione, il termine deriva dal germanico  warjan (guardare e proteggere),  La salute fisica è sempre espressione della salute di tutto il sistema corpo-mente-spirito dell’essere umano! Sembrerebbe che questo concetto così semplice, sia in realtà di derivazione fantascientifica… per la maggior parte degli esseri umani. Per fortuna le nuove scienze, faticando nel salto di paradigma necessario,    si occupano della dimensione collettiva dell’essere umano, sistema complesso e delicato di equilibri. Finalmente viene reintrodotta  la dimensione antropologica e psichica dell’individuo, la quale è necessariamente collettiva: l’individuo non è il solo, isolato e unico referente dei propri disagi, ma un sistema complesso di elementi in una relazione dinamica continua in cui convivono, al medesimo tempo, la specie (dimensione biologica), la coscienza (dimensione psicologica individuale), la famiglia e la collettività (dimensione antropologica) In tal senso, la malattia non si configura più come una calamità o un destino, ma un prodotto della “individuazione” evolutiva del sistema “uomo”.  In altre parole, qualsiasi manifestazione individuale di malattia corrisponde a un conflitto, se la vita dipende, si conserva, si riproduce ed evolve tramite il dialogo complesso tra i diversi “sistemi” dell’essere umano, è proprio all’interno di questo dialogo che si deve rintracciare l’origine ultima di ogni patologia e di ogni possibile conflitto. Ciò non significa che, individuato il conflitto, la malattia sia risolta, una volta instauratosi il dilemma, la conoscenza approfondita di ciò che lo ha determinato, non significa necessariamente guarigione, di certo le terapie rispondono meglio, in un clima di consapevolezza e conoscenza di ciò che ha prodotto lo squilibrio. Molti attribuiscono troppo  potere terapeutico alla conoscenza, credo invece che possa esserci un potere di consapevolezza che aumenta le probabilità di guarigione. Ricreare nel sistema “corpo-mente-coscienza, nuove stabilità,  permette allo stesso di trovare un nuovo equilibrio e nuova energia per il suo funzionamento.  Siamo comunque sempre il prodotto di evoluzione e spinta al miglioramento! In psicologia e nelle scienze affini, si è dato un potere enorme alla mente conscia, si è creduto che la stessa, ben orientata  conferisca  il potere assoluto all’individuo.  Questo conferimento di  potere ha generato una serie di equivoci, prima fra tutte una forma di narcisismo onnipotente, che si esprime con una tensione costante all’annientamento della propria umanità interiore, intesa come patrimonio unico di valori e qualità intrinseche, la stessa viene  considerata una  zona fragile, un luogo di possibile annientamento , in cui l’”altro da me” è riconosciuto  come “predatore” a cui rischio di soccombere, ecco la psiche blindata di molti individui, in cui relazione e scambio, sono considerati pericolosi e da evitare.  Il concetto di forza è stato sostituito dal concetto di potere, forza non più come espressione della volontà e della maestria del singolo, messa al servizio di una buona causa, ma espressione di supremazia di un essere su un altro, affermazione di controllo,  sottomissione,  manipolazione. Il mio personale augurio, alle generazioni future, è quello di approdare ad una visione unitaria e dinamica dell’esistenza, una dimensione che non escluda ciò che non può essere spiegato con le "ragioni della limitata ragione umana", in cui possano confluire, le conoscenze passate, mescolate sapientemente  a tutto quello che ancora abbiamo da scoprire su noi stessi e sul mondo circostante.

Monica Fiocco

header.all-comments


bottom of page